CONFRONTI, 2016

 

L’impressione è la stessa di qualche anno fa: vortici rigogliosi popolano pianeti sconosciuti e forze invisibili agitano terre incontaminate: l’immersione dell’artista nella natura lussureggiante, scompigliata dal vento, è totale e le acque di un fiume si mescolano con quelle del mare in cui si versano. Le pennellate, a tocchi e filamenti, fluiscono morbide sulla tela accompagnando il senso della brezza. Un’altra opera, racchiusa in una sfera, è accostata a questa (E-V 4, 2004), EsSenza 2011, ma l’impatto è diverso: il colore è quasi sparito, la vegetazione ha i toni brulli della terra riarsa dal sole, la vita della natura è compromessa dalle insensate azioni umane espresse con pennellate affilate come lame che feriscono il supporto rigido con tagli e fori, come un corpo straziato.

Le sopraindicate opere fanno parte della mostra CONFRONTI che abbraccia un periodo di circa quarant' anni (dai primi anni ’70 fino al 2016) e nasce come “raffronto tra due momenti di ricerca pittorica partendo dallo stesso soggetto”. Fernando Montà ripercorre a ritroso il corso del tempo come per un ritorno alle origini e, con pigmenti e supporti diversi, rivisita le opere della giovinezza e degli anni precedenti creando dei lavori nuovi che rispecchiano il proprio percorso interiore e il proprio punto di approdo. Come un cerchio che si chiude. E, infatti, i lavori riproposti sono tutti espressi in una sfera o un’ellisse su fondo nero, scompare la forma rettangolare che potrebbe estendersi all’infinito e predomina la circonferenza che trova in se stessa l’origine e la risoluzione, la fine e la rinascita in una perenne ciclicità. I dipinti recenti hanno un’altra caratteristica: un’anima segreta, un retro nascosto e misterioso. Il fondo del supporto dell’opera è una superficie di plexiglass riflettente che si può intravedere solo attraverso delle incisioni o dei fori fatti con la sgorbia sulla superficie dipinta. Lo sguardo viene colpito da essi come dalla vista di una ferita, gli squarci sono infatti come lacerazioni da arma da taglio o da proiettili e, se si esplora il retro della tavola, si scoprono le colature di colore come sangue da un corpo sfregiato. È l’Essenza, l’Io profondo, puro come la superficie di uno specchio, che emerge dalle ferite del vissuto? È lo sguardo dell’artista che penetra nella più segreta natura delle cose? In questo gioco di rispecchiamenti il gesto incisivo graffia il supporto e la pittura il più delle volte prevale sulla figurazione e sul racconto e si esprime con pennellate acuminate che incidono la tavola.

Le opere in mostra sono venti, la metà più recente si confronta con quelle passate. Uno dei dipinti più lontani nel tempo è “Dallo studio” (1973), un olio su tela: dall’interno di una stanza si può osservare un terrazzo deserto al cui centro c’è una sedia con un vecchio giornale e sullo sfondo un agglomerato di edifici. L’opera è ripresa nel 2016 con la tecnica dell’acrilico su tela, in cui lo stesso soggetto è rielaborato e inserito in un cerchio che ha per sfondo un cielo stellato.

“Persistenza d’immagini” (anch’esso del ’73), è un’acquatinta in cui si accumulano elementi diversi, dalla cupola di San Pietro, simbolo di religiosità, ai motori, indice di progresso tecnologico non disgiunto dall’evoluzione della specie umana - il volto di una scimmia. La presenza di uccelli che si librano liberi nell’aria rimanda al sentimento della natura mentre un grande fiore e un aereo, che punta minaccioso su di esso, rivelano il legame con gli ideali giovanili dei figli dei fiori. Il corrispettivo attuale è “EsSenza” del 2010, anch’esso monocromo ma con i toni del nero; racchiusi in un ovale, presenta gli stessi elementi in un omaggio alle ideologie di allora, tuttavia l’incisione sulla tavola, nuovo supporto, dà origine a un bianco abbacinante e drammatico anche se la presenza degli stessi simboli rivela l’immutabilità dell’artista nonostante il tempo trascorso.

“Simultaneità” 2010, riprende anch’esso un’acquatinta dei primi anni ’70 e presenta la stessa architettura dell’opera precedente, ma qui i soggetti, reiterati, sono solo due: donne e motori. L’artista sostiene di voler tributare un omaggio alla donna nella sua espressione di forza, intelligenza e sensibilità; l’accostamento dell’immagine femminile con la potenza delle auto però è ancora legata a un binomio molto diffuso nell’immaginario maschile.

“Sogno di libertà” ed “Elsa la leonessa” del 2012 (dal lavoro EsSenza), rivisitano con l’acrilico due dipinti della fine degli anni ’70 allorché un gruppo di artisti protestò contro la reclusione degli animali negli zoo. A distanza di anni lo spirito libero della natura offesa, oltre che dell’artista, riesplode come un urlo di dolore attraverso le ferite della tavola da cui emerge, come un lampo di luce, la disperazione degli animali condannati all’estinzione e la solidarietà dell’autore rimasta inalterata, se non acuita dal tempo.

La tensione di Montà verso la natura riappare nell’opera, olio su tela, “Luna” del 2001, con un colore vivido che esalta la vegetazione rigogliosa, ad essa però si contrappone “EsSenza 2010”, acrilico su tavola, con dei toni aridi come la terra dell’Africa, dove l’artista vide la luce. La ricerca passata è così superata ma ancora una volta prorompe, attraverso le ferite del supporto, la sofferenza per le sorti dell’ambiente, accresciuta dalle vicende personali dell’autore. La perdita del colore, surrogata da una maggiore forza che viene proprio dal luminoso fondo segreto dell’opera, non altera l’essenza dell’artista, maggiormente consapevole dei limiti e degli abbagli del progresso umano, anzi ne rafforza l’ispirazione. L’opera “Girasole 2012” che conclude la mostra, nasconde nel proprio retro l’anima profonda e immutabile del pittore: un autoritratto degli anni ’70 che sancisce l’incorruttibilità dei sentimenti e degli ideali. L’autoritratto viene riproposto a distanza di anni, sempre in acrilico, ma stavolta su tela con la tecnica del pointillisme. Il cerchio così si chiude e quello che include le opere recenti esprime tutta la potenza della propria simbologia di armonia e di Eterno ritorno. O, come per Jung, “il Sé e la totalità della Psiche” che si perpetua nel tempo.

 

Maria Erovereti,   2016

 

 

IDENTITA' RIVELATA
    
                  Ci son sempre altri crepuscoli, altra gloria;
                  io provo il logorarsi dello specchio
                  che non si placa in una sola immagine.
                                             Jorge Luis Borges

 

L'immagine è narrazione, documento, testimonianza dell' itinerario di un artista, del fluire incisivo del segno sulle superfici di fogli di carta e tele e tavole, della vibrazione del colore alla luce e dalla luce emerge l'essenza di un'intera esistenza.
In tale dimensione si colloca la ricerca di Fernando Montà, che attraverso quarant'anni di un impegno intenso e costruttivo ha elaborato un proprio e indiscutibile discorso capace di unire la formazione tecnica alla propria identità, al valore degli ideali sociali e culturali, all'intensità di una visione relativa all'ambiente e alla natura.
Una visione che si snoda lungo un percorso mai estenuato e concluso, ma sempre aperto a nuove soluzioni, a simboli, a segnali di un dire legato a una precisa volontà di comunicare, di suggerire una determinante attenzione per i sentimenti umani e per quanto non viene mai decisamente esplicitato, ma che appartiene alla profondità del pensiero e della propria storia.
Vi è nelle opere di Montà una misura espressiva che gli consente di trasmettere il senso di una «lettura» del tutto interiorizzata della realtà, delle attese e delle angosce quotidiane, di quel suo racconto intorno alle «forze di una natura nascosta, che creano suggestioni ed emozioni», alla «denuncia di una natura ferita nella sua essenza con le deturpazioni, gli incendi e le contaminazioni provocate dall'uomo, ma non solo: sono anche le ferite arrecate all'animo umano».
A questa riflessione dell'artista fa da riscontro il «corpus» di lavori presenti alla Martin Arte, con i quali riassume e racconta la vicenda creativa di un'intera vita.
Montà propone, quindi, nove momenti, che appaiono altrettanti spartiti musicali, con opere dal 1973 al 2012, più un autoritratto, che esprimono i capitoli di una narrazione avvertita come le pagine di un diario intimo e personalissimo, di ricordi riconquistati e rivelati, di un dialogo mai sconfitto dalla sperimentazione, ma da questa ha tratto gli elementi essenziali per «costruire» un suggestivo itinerario.
Le opere esposte sono state realizzate su tavola (tamburato), con un particolare intervento sul supporto. Mediante una sgorbia ha praticato dei fori per oltrepassare «la soglia del visibile andando oltre», per «scoprire» che la parte retrostante della tavola è una lastra di plexiglass specchiato e riflettente. L'effetto che si ottiene è quello di penetrare all'interno della rappresentazione, di giungere ai gangli della materia, di andare al di là del piano pittorico per prendere consapevolezza di una realtà diversa e diversamente interpretata e interpretabile. Questo perchè attraverso i fori - suggerisce Montà - compare «una luce che emana dalla lastra specchiata, una luce essenziale che è stata fondamentale per la creazione del dipinto».
Un lavoro che si snoda attraverso i nove settori dell'esposizione, comprendenti due opere ciascuno, che si aprono con l'iniziale «Simultaneità d'immagini», risolta con una «scrittura» estremamente controllata, e proseguono con il «Sogno di libertà» di una tigre e una leonessa, che appaiono i simboli della lotta per la chiusura degli zoo, in particolare quello torinese del Parco Michelotti. E, poi, s'incontrano  «Sedici ministudi  per un'opera”, «Mareggiata» e «Dentro l'onda» con il dinamico fluire della linea.
A questi primi momenti, si affiancano le sezioni «Tracce», «La collina», «Luna» ed «E-vento», che stabiliscono un diretto rapporto con l'osservatore, con il fascino di un riflesso o di una campitura del colore o, ancora, di una concettuale definizione dell'esistenza.
E il vento che piega e trasforma la vegetazione, l'energia imperiosa dell'onda sospinta da una violenta mareggiata, il dolore di una scomparsa tradotto in pannelli di una natura rivisitata e ricomposta («Luna»), concorrono a delineare il cammino di Montà e quella tensione che presiede alla elaborazione di «Colline» dai «rilievi inquietanti», percorse da nuvole scure e incombenti, sino ad approdare a cieli luminosi, rasserenanti, incontaminati di un «E-vento» dove l'artista si riappropria delle sensazioni e delle emozioni.
E un'infanzia ritrovata, la straordinaria natura della Sardegna, il sogno che riscatta la sofferenza, fanno parte della stagione di Montà ma, soprattutto, stabiliscono un decisivo rapporto con l'itinerario dell'umanità sempre condotto dalla ragione, da una sottesa spiritualità, dalla tessitura del segno-colore nello spazio della memoria.
Angelo Mistrangelo   2012



 

Alla scoperta di una nuova luce



L’arte è un continuo divenire. Dalla materia grezza, dalla tela intonsa, il lavoro dell’artista dà vita all’opera, la quale vede la luce come il suo creatore le concede di fare, fino a poi “terminarla”. Ma quando un’opera può dirsi “finita”? Quando lo decide il suo creatore… ma questi può anche essere indotto a guardarla sotto una nuova luce e quindi spinto a ridarle vita ritoccandola, rimaneggiandola, arricchendola o depauperandola di particolari, seguendo nuovi pensieri, nuovi umori. Da questo punto di vista Fernando Montà non riesce a “lasciare in pace” le sue vecchie opere: continuamente queste si ripropongono nelle sue nuove realizzazioni, rifanno capolino, strizzano l’occhio alle nuove opere sussurrando loro la loro storia passata, alitando a queste “figlie” la loro anima, donano la loro storia. Ma Montà non si limita a far “riecheggiare” nelle sue nuove opere quelle del passato. Qualche anno fa riprese una delle sue ultime idee artistiche (le lune di E-vento) e fece un’operazione dal carattere molto forte ed incisivo per lui, riconosciuto come autore dall’animo gentile. “Ferì” metaforicamente le sue opere, interventando su di esse con delle colate di colore rosso sangue a dimostrare ciò che un’ opera può nascondere al suo interno: non solo idea ma corpo, un corpo che può essere “ferito” da una colatura di sangue che rende l’opera “umana”. Non pago di ciò, in questa ultima ricerca artistica, Montà si spinge oltre: non basta più il colore ad indicare metaforicamente ciò che vi è dentro la sua opera. Questa volta l’artista recupera, novello Noè, una coppia di opere per ogni periodo della sua produzione. Ogni coppia torna a vivere a nuova vita su una tavola lignea che viene prima  quasi arabescamente ornata da incisioni filiformi di sgorbia che tendono a trasformare in bidimensionale ciò che una volta era solo dipinto, per poi essere penetrate ancor più violentemente da veri e propri fori, che rimandano al gesto storico dello squarcio della tela per arrivare a vedere ciò che si nasconde dietro/dentro l’opera.
In questo modo Montà ci porta ad una nuova visione della sua opera,ci porta alla scoperta di un  luce retrostante/insita nell’opera, che permette di vedere al di là dell’opera, nel suo interno e qui, immancabilmente, dopo una tale violenza, non possiamo che scoprire “lacrime di colore” che sgorgano dietro/dentro ogni opera. Gocce di sudore dell’artista nello sforzo creativo, lacrime di dolore di animali chiusi in gabbia e lacrime di gioia di animali liberati, schizzi d’acqua di onde lontane, gocce di rugiada di fili d’erba intrecciati, gorghi di luce frammisti agli umori del terreno e ai miasmi dell’anima.
Più l’artista sembra ritenere “concluse” alcune di queste opere del passato, più sembra osare penetrarle, svelare ciò che c’è dietro/dentro di loro, ed una luce nuova illumina le nuove/vecchie realizzazioni di questo animo d’artista così delicato, così tormentato, sempre alla ricerca di una nuova luce …
Paola Barbarossa   2012



Il Cerchio e la Natura



E’ il decimo stadio di approfondimento della ricerca dell’artista, che segna un periodo di quarant’anni di impegno nel campo della pittura.
Tutte le opere sono inscritte in un cerchio o in un ellisse e la scelta di tale modulo non è casuale, ma ha radici profonde, legate al rapporto ancestrale e primigenio dell’uomo con la natura.
A livello simbolico, il cerchio rappresenta la perfezione, l’omogeneità, l’assenza di distinzione o divisione e questo concetto di “totalità indivisa” lo rende espressione di continuità ed armonia.
Il suo passaggio alla forma solida della sfera evoca i pianeti con i loro movimenti rotatori, le fasi solari e lunari che alternano quotidianamente il giorno e la notte, la luce e l’oscurità, scandendo il senso di ciclicità del tempo, in un moto cosmico continuo e perfetto.
L’artista si avvicina al pensiero dei Nativi d’America, per i quali il cerchio e la ruota esprimevano il principio di relazione dinamica con tutto ciò che ci circonda, in primis l’ambiente naturale ed i nostri simili. Gli Indiani d’America consideravano il cerchio come il simbolo principale per comprendere i misteri della vita, in quanto avevano osservato che esso compariva ovunque in natura: negli astri, nei movimenti planetari, nell’arcobaleno, nei nidi degli uccelli …
Le opere “Collina”, “Luna”, “E –vento”  sembrano sussurrare che ogni energia – umana o cosmica – scorre su fili estremamente fragili, tesi fra i frammenti dell’universo: alti steli flessuosi e sinuose forme vegetali ruotano vorticosamente, come esili fili d’erba agitati dal vento o dalla brezza marina, intrecciati in un groviglio fitto ed impenetrabile .
Comprendere che la natura è rigogliosa e forte, ma altrettanto delicata e bisognosa di protezione: questa la consapevolezza sulla quale si basa il senso di “sacra responsabilità” dei nativi nei confronti di ogni essere vivente o di ogni elemento presente sulla Terra, che per l’artista si traduce in un profondo rispetto per la natura ed in una spiccata sensibilità nei confronti delle problematiche eco – ambientali.
Se il cerchio rappresenta l’equilibrio naturale e l’armonia con l’ambiente circostante, allontanarsi da esso genera dubbio, smarrimento, annientamento della propria possibilità di realizzazione… E’ cio’ che emergeva in precedenti opere pittoriche del 2008 (”Ferite”), nelle quali l’immagine di una natura trascurata e violata si traslava sul piano esistenziale, quasi a rimarcare lo sconvolgimento dell’animo umano, quando si allontana dalla pienezza dell’essere e dal proprio equilibrio: allora la traccia vermiglia si stagliava drammatica sulla tela, lacerandola; qui invece le colate di colore, poste sul retro del supporto, si intravedono attraverso i fori che oltrepassano il dipinto, ricreando la visione del colore originario del quadro: la luce filtra sulla tavola e si riflette sulla superficie specchiata, dando origine a differenti prospettive; le opere vengono reinterpretate e si trasformano nel tempo, permeate da una nuova e rinnovata energia.
Anche “Girasole – Autoritratto” ci porta a “guardare dentro l’opera” , instaurando un rapporto partecipativo più stretto con l’osservatore: all’interno si scopre il ritratto giovanile dell’artista, anch’esso inserito in una struttura circolare. A livello metaforico, il fiore ruota continuamente seguendo la luce dell’astro solare, traendone vita e calore, così come l’artista percorre il suo cammino, alla costante ricerca dell’ispirazione e del miglioramento.
I moduli quadrati, a spigoli vivi - tipici del periodo iniziale – si sono evoluti in forme smussate e convesse, che trasmettono una sensazione di maggiore coesione con l’ambiente circostante e svelano una progressiva tendenza dell’artista alla riflessione, tesa al raggiungimento di una preziosa saggezza.
La forma circolare è quella che meglio si appresta a simboleggiare il senso di ciclicità del tempo, il cui scorrere – benché continuo ed inesorabile – concede tuttavia la possibilità di seguire un percorso di crescita unico e del tutto personale: sul piano pittorico l’opera ripresa e riproposta perde di intensità ed immediatezza, ma conserva l’ “essenza” e lo spirito originario, arricchita di nuove valenze e connotazioni.
Mediante l’inserimento di nuovi moduli e supporti viene proposta una lettura innovativa del dipinto, che non si ferma in superficie, ma invita a guardare “in profondità”, oltre la soglia del visibile e della pura percezione, per arrivare a cogliere l’essenza cosmica universale, essenza profonda della natura e dell’animo umano.
Irene Montà   2012

 

 

E-vento

 

 

Mondi fantastici galleggiano su cieli neri. Vortici verdi popolano pianeti sconosciuti. Forze invisibili agitano terre incontaminate. Sono le opere di Fernando Montà il cui soggetto non è il visibile vorticoso ma l’invisibile e dinamica energia di cui l’artista rappresenta la forma: il vento.

Elemento costante nelle opere di Montà, il vento penetra nei dipinti fin dal 1992 quando fu affrontato il tema della Mareggiata. Il soggetto reale in questa serie di lavori non è tanto lo sconvolgimento dell’acqua, frantumata come una miriade di fili d’erba, ma l’energia invisibile che dall’elemento liquido trae forma. Il vento, appunto.

Nel lavoro, successivamente frammentato in moduli, predomina il colore azzurro, e mare e cielo si distinguono per il groviglio di pennellate che modellano l’acqua. La natura, agitata o violenta, però non da luogo ad un paesaggio realistico ma ad un complesso astratto.

In Monadi Nomadi, sempre contraddistinto dall’azzurro, la scomposizione dei moduli spesso si accentua fino ad arrivare all’alternanza. L’onda assume sempre più una connotazione vegetale: canneti, fili d’erba. Le pennellate dinamiche che danno forma all’energia dell’aria qui identificano l’elemento acqua con l’elemento terra in una mareggiata di verde.

Nell’opera Luna si assiste ad un notevole cambiamento. La natura è circoscritta in un tondo, lo sfondo diventa scuro e l’erba, vista dal basso, più rigida. L’artista ha perso la madre, il mondo dell’infanzia è scomparso per sempre, la natura è vissuta attraverso il ricordo dei prati infantili ma il presente non è più luminoso, all’azzurro è subentrata la notte, nella Luna è racchiusa la natura del tempo perduto. Il lavoro è sempre frammentato, alla molteplicità del reale si aggiunge ora lo scarto della memoria, tra il mondo interiore e la realtà si è creata una lacerazione incolmabile. Il vento, sempre presente, è un elemento di vibrazione cromatica e l’ondeggiamento degli steli erbosi rispecchia il vibrare delle emozioni.

Nelle Colline emergono di nuovo degli squarci azzurri ma lo sfondo continua ad essere cupo, il vento è pungente, l’erba si trasforma in aculei, la sofferenza personale si trasfigura in rilievi inquietanti, la natura, schematizzata, rivela il suo lato oscuro.

E-vento è l’ultimo lavoro di Montà. Qui il soggetto è reso esplicito sin dal titolo. Il mondo interiore dell’artista appare più sereno, l’immersione nella natura è totale. Le opere sono realizzate non più in acrilico o tempera su tavola ma in olio su tela; il colore è più fluido, il supporto più cedevole. L’urgenza ormai sembra esaurita, il bisogno di una rapida essiccazione ha lasciato il posto ad un’elaborazione lenta, ad una meditazione profonda così come il rapporto con la natura. Il dolore sembra placarsi nelle pennellate, sempre vorticose ma più brillanti e con ampi squarci d’azzurro. Le linee si sviluppano dinamiche intorno ad un centro riunendosi in un tondo; lo sfondo è sempre del colore della notte ma il cuore del lavoro è più luminoso. La realtà non è più frantumata, il passato sembra conciliarsi col presente, il ricordo fluisce senza premere con assalti pungenti. L’unità è raggiunta, il cerchio è intero, non più frammentato in pannelli separati.

Il vento è ora un elemento rigenerante, la natura rigogliosa e incontaminata ricorda ancora la Sardegna cui l’artista si è ispirato in precedenti lavori. Le emozioni profonde dell’infanzia sembrano tornare nei colori ora teneri ora squillanti. Il vento che accarezza una natura vergine trasmette un senso di libertà quasi selvaggia.

Emergono delle allusioni figurative. In un’opera, oltre al blu del cielo, dei vortici rosa rimandano ad un paesaggio di tetti. In un’altra un groviglio di rami rosa rammenta l’intricata vegetazione sulla riva di un torrente. Paesaggi accoglienti, che ispirano gioia e rivelano una profonda empatia con la natura, l’artista vi penetra con una particolare indagine, diventa egli stesso vento fino a coinvolgere lo spettatore.

 In quest’ultimo lavoro Fernando Montà sembra ritrovare l’interezza e la serenità del mondo infantile quando non conosceva ancora la sofferenza per la separazione e la perdita dei propri cari e di un mondo permeato d’innocenza e immerso nella natura.

 

Giugno 2004                                                                     Maria Erovereti

L U N A  -  Fernando Montà

 

Testo critico di Elisabetta Tolosano

 

Tema centrale dei dipinti più recenti di Fernando Montà è la natura, non rappresentata attraverso realistici paesaggi figurativi ma in composizioni che tendono all’astrazione.

La sua è una natura interiore, evocata dal profondo, legata ai ricordi d’infanzia, agli affetti famigliari, alle persone care.

Il suo fare pittorico è un tentativo di ricostruire qualcosa che non c’è o che non c'è più, di ristabilire un rispetto troppo spesso violato per l’ambiente naturale, un desiderio di armonia tra l’uomo e il mondo, una ricerca, quasi nostalgica, di ritrovare luoghi incontaminati dal progresso urbano.

L’atto del dipingere è anche, per Montà, un modo per indagare il mistero della vita, per cercare di comprendere l’ignoto, la gioia e il dolore, la sofferenza di una perdita.

I dipinti di questa serie s’intitolano “Luna” e sono composti da più pannelli.

Il più grande comprende sedici tavole che formano un unico ampio quadro. Le tavole sono accostate lasciando uno spazio di alcuni centimetri, tanto da fare entrare nell’opera anche il supporto, in altre parole la parete, su cui poggiano.

L’effetto è di una dilatazione spaziale, come se il dipinto tendesse ad espandersi, mantenendo però un fulcro centrale.

Questa decostruzione dell’opera rimanda a una frammentarietà dell’esistenza, che viene però controllata e ricomposta. Le tavole, nonostante gli spazi che le separano, ricostruiscono il disegno originario del tondo centrale ricongiungendo, metaforicamente, il molteplice all’unità.

Su uno sfondo nero l’artista ha dipinto un tondo, al cui interno compare un intreccio di linee verdi tracciate con segno sintetico.

Possono ricordare i fili d’erba di un prato. Si tratta, infatti, di riferimenti naturalistici stilizzati collegati a luoghi precisi.

Alcune Lune, sono il ricordo di Brusnengo nel biellese, il luogo dove l’artista ha vissuto un’adolescenza felice, in contatto costante con la natura e che ha lasciato a diciannove anni per andare a vivere in città.

Le più recenti sono invece legate ai paesaggi di Bosa in Sardegna, dove in quella natura ancora selvaggia e incontaminata l’artista ha ritrovato l’emozione di un tempo, la sensazione forte di libertà data dall’aria dell’isola e dal vento che scuote, spazza, pulisce.

I fili d’erba, a volte aguzzi come spade, conferiscono un’idea di dinamismo, di velocità, ma danno anche il senso dell’imprevisto, dell’ignoto che si cela dietro la bellezza.

La sua non è tanto una pittura informale, poiché non è presente la casualità del gesto o lo spessore materico del colore, è piuttosto una pittura controllata, in cui uno stato d’animo può essere trasposto con rigore oggettivo e con un’accurata scelta di colori freddi: i blu, gli azzurri, i verdi che solo talvolta acquistano la tonalità più calda del verde oliva.

 

Elisabetta Tolosano, 2001

 

 

M O N A D I – N O M A D I – Fernando Montà

 

 

Testo critico di Ivana Mulatero

 

 

Assorbire il flusso della pittura, essere percettivamente attratti verso un nucleo irradiatore di energie cromatiche, pulsanti e irraggianti che costituiscono di primo acchito l’ossatura aerea e leggera del quadro, simile ad un gazebo discreto e rispettoso della natura su cui si posa. Le opere di Fernando Montà si posano invece su un altro tipo di natura, non siepi viticci o intrichi erbosi, ma di mattoni e cemento, una natura edificatoria insomma, privilegiando gli anfratti da cui si stillano ancora tracce di vissuto. Presenze affidate alla materia costruita, lavorata, creata e annebbiata da patine nerastre dell’usura.

Lo stesso lavorio dell’artista, il gesto compiuto dalla mano che raccoglie frammenti, MONADI appunto, dalla profondità dell’immaginario ribollente e cerca di accenderle sulla superficie della tela, o sia essa la materia zincata, legno, muro ed ogni altro supporto prodotto dall’uomo.

Pensiamo alle scie luminose scaturite da un semplice fiammifero, l’accendersi veloce sulla ruvida e granulata carta, già compie un movimento. Un movimento di scorrimento, rapido, secco come una nota cantata in semicroma e, parimenti, la mano che trattiene il pennello agisce con altrettanta rapidità, si infiamma e si deposita come energia liberata dal magma fertile dell’immaginario; ma è utile sottolineare una distinzione venutasi a creare nel corso dell’operare di Montà rispetto alle passate esperienze in cui il quadro era il campo di un totale attraversamento dei segni, essi comprimevano, lo spazio simbolico della tela, ne esaurivano ogni altra potenzialità in una forza centripeta, di virtuale risucchio in un centro irradiatore.

Ora, nelle opere qui esibite, i segni sembrano a tratti ritrarsi, riscoprire altri centri generatori, non esclusivamente appartenenti allo spazio del quadro ma con un intento esplorativo, accampare diritti verso altri spazi, quelli reali e non più virtuali. Le pareti, le stanze.

L’intenso equilibrio dei segni vigorosi sostanzia sintatticamente una dimensione più vasta, allargata e coinvolta in una totalità d’espressione, in un delicato rapporto tra visione interiore e la realtà esterna, tra corpo pittorico e gesto che caratterizza i risultati.

Memori di una tradizione e di una poetica del gesto che accomunò una intera epoca, l’informale, possiamo apprendere che non la mera catalogazione storica sia necessaria quanto la consapevolezza di una estesa categoria dello spirito, con ricorrenze e cesure. In tal senso le opere di Montà possono essere considerate come MONADI-NOMADI in via di approfondimento che prelevano dalla tradizione l’ideale di spontaneità e la coniugano con la forza trainante che oggi spetta alle forme di energia fluida, al software dell’informatica elettronica e della luce al neon, al laser.

A fine Millennio la pittura non può esimersi, del resto, dal compiere un sorvolo su ambiti stilistici pertinenti alle arti visive e sulle culture materiali e tecnologiche la cui omologia non potrà che generare suggestioni e indizi di immagini che devono essere catturate e rese reali.

 

Ivana Mulatero, Giugno 1993

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